Betabloccanti: cosa sono? A cosa servono? Indicazioni e controindicazioni.

Con il termine betabloccanti ci si riferisce ad una categoria di farmaci che trova largo impiego nella cura di svariate patologie, soprattutto cardiovascolari. Cerchiamo di chiarire a cosa servono, dandone le principali indicazioni e controindicazioni, al fine di utilizzarli in modo ottimale!

Betabloccanti: cosa sono? A cosa servono? Indicazioni e controindicazioni

    Indice Articolo:

  1. Caratteristiche
  2. Classificazione
  3. A cosa servono?
  4. Posologia
  5. Controindicazioni ed effetti collaterali

Cosa sono i β-bloccanti?

Hai certamente sentito nominare i betabloccanti, farmaci in grado di inibire, quindi bloccare (da cui il nome), i recettori β-adrenergici e contrastare così i meccanismi che stanno alla base di diverse patologie, come quelle cardiovascolari.Dopo l’introduzione del propanololo (il capostipite della categoria), le industrie farmaceutiche hanno sintetizzato molecole con caratteristiche differenti (medicinali di seconda e terza generazione), tali da consentirne l’impiego anche in pazienti particolarmente sensibili agli effetti dei farmaci precedenti.

Come abbiamo accennato sopra, le azioni farmacologiche dei betabloccanti sono riconducibili alla capacità di interagire con i recettori beta-adrenergici: ma cosa sono questi recettori?

Funzioni dei recettori β-adrenergici.

I recettori β, attivati dalle catecolammine (adrenalina e noradrenalina), si dividono in tre sottotipi, distinti per localizzazione ed effetti prodotti.

Ecco come sono analizzati nella seguente tabella:

β1: recettori stimolatori che hanno effetti diversi a seconda della localizzazione.Infatti:
  • Se localizzati nel cuore, la loro attivazione determina un incremento dell’attività cardiaca attraverso:
    • Aumento della frequenza (effetto cronotropo positivo).
    • Aumento della forza di contrazione (effetto inotropo positivo).
    • Aumento dell’eccitabilità dei miocardiociti (effetto batmotropo positivo).
    • Aumento della velocità di conduzione degli impulsi elettrici (effetto dromotropo positivo).
  • Se localizzati nel rene, si assiste all’attivazione del RAAS (sistema renina-angiotensina-aldosterone) attraverso la secrezione dell’enzima renina da parte delle cellule juxtaglomerulari. Ciò, a sua volta, comporta un aumento della pressione arteriosa.
  • Se localizzati nell’occhio, si ha un aumento della produzione dell’umor acqueo, un liquido fondamentale per la messa a fuoco delle immagini e per la nutrizione di cristallino e cornea, che influenza la pressione intraoculare.
  • Se localizzati nell’ipofisi posteriore, si assiste ad un aumentato rilascio di vasopressina, un ormone che stimola il riassorbimento renale di acqua.

β2: recettori inibitori localizzati nel fegato, nel pancreas, nel muscolo scheletrico e nella muscolatura liscia di svariati organi (vasi sanguigni, trachea, bronchi, milza, stomaco, intestino, vescica e utero).

Tra i loro effetti più importanti:

  • Rilassamento della muscolatura liscia degli organi sopracitati, con conseguente vasodilatazione, broncodilatazione, rilassamento gastrico, intestinale, vescicale e uterino.
  • Aumento della glicogenolisi e della perfusione ematica nel muscolo scheletrico. Ricordiamo che la glicogenolisi è la scissione del glicogeno (la principale fonte di deposito del glucosio) a seguito di un aumentato fabbisogno energetico.
  • Aumento della glicogenolisi e della gluconeogenesi (produzione di glucosio a partire da substrati non glucidici, come gli amminoacidi) nel fegato, con conseguente aumento della glicemia.
  • Aumento della secrezione di insulina da parte delle cellule beta del pancreas.
β3: recettori localizzati nel tessuto adiposo, dove stimolano la lipolisi (la degradazione dei trigliceridi in acidi grassi liberi).

La sovrastimolazione dei recettori ß1, osservata in diverse patologie, pone i presupposti per la terapia con i betabloccanti.

Questi ultimi sono degli antagonisti competitivi, cioè competono con le catecolammine per lo stesso sito recettoriale e, una volta legati al recettore, riducono gli effetti adrenergici.

Come si possono classificare i principali β-antagonisti?

La classificazione di questi medicinali avviene attraverso criteri differenti, qui di seguito trattati nel dettaglio:

  • Selettività per il sottotipo recettoriale:in base a ciò distinguiamo farmaci non selettivi e β1 -selettivi. Tra questi:
    • I β-non selettivi (prima generazione) sono in grado di attivare tutti i sottotipi recettoriali. Il capostipite del gruppo, come già detto, è il propanololo, il primo β-antagonista a finire in commercio. La non selettività nei confronti di β1 è responsabile dell’insorgenza di effetti avversi in persone con altre patologie in atto, ad esempio il broncospasmo (restringimento delle vie respiratorie) nei malati di asma e BPCO (broncopneumopatia cronica ostruttiva), per inibizione dei ß2 di trachea e bronchi.
    • I β1-selettivi (seconda generazione), il cui capostipite è il practololo, vengono anche definiti cardioselettivi, in quanto attivi soprattutto a livello cardiaco.
  • Attività simpaticomimetica intrinseca (ASI): alcuni β-antagonisti sono in grado di attivare debolmente i recettori adrenergici (agonismo parziale), in quanto l’interazione col recettore attiva una risposta che dipende dalla concentrazione di catecolammine endogene. Se questa è alta, allora essi si comportano da antagonisti; invece, in assenza di catecolammine, essi stessi attivano il recettore, mimandone l’azione. L’agonismo parziale può interessare (oltre gli stessi recettori β) anche i recettori α-adrenergici e rappresentare un vantaggio qualora si abbia a che fare con pazienti in cui l’inibizione dei β (sia 1 che 2) porterebbe ad un aggravamento delle condizioni (asmatici, diabetici, bradicardici).
  • Attività vasodilatanti accessorie(terza generazione): furono sintetizzati per trattare l’ipertensione arteriosa; il capostipite è il labetalolo. Sono stati ipotizzati diversi meccanismi d’azione, tra cui:
    • Meccanismi recettoriali: ad esempio, il celiprololo dilata i vasi in quanto agonista parziale β2, il carvedilolo in quanto antagonista degli α1.
    • Meccanismo endotelio-dipendente: il nebivololo stimola la produzione di ossido nitrico (vasodilatatore) da parte delle cellule endoteliali.
    • Inibizione dei canali al calcio: il betaxololo sembra inibire l’ingresso nella cellula di calcio, fondamentale per i processi contrattili.
  • Azioni di membrana: il sotalolo inibisce i canali al potassio dei cardiociti, con conseguente prolungamento del potenziale d’azione ed effetto antiaritmico.
  • Solubilità nei fluidi biologici:l’essere lipofilo o idrofilo influenza i processi cui è sottoposto il farmaco all’interno dell’organismo (assorbimento, metabolismo, distribuzione ai tessuti ed eliminazione), nonché la durata d’azione. In base a ciò, i betabloccanti si suddividono in:
    • Farmaci lipofili (o liposolubili), come il propanololo, che sono completamente assorbiti per via orale e circolano prevalentemente legati alle proteine plasmatiche. Per contro, subiscono un notevole effetto di primo passaggio epatico che ne riduce l’emivita, ovvero il tempo che impiega la concentrazione ematica di farmaco a dimezzarsi. La lipofilia consente loro di attraversare la barriera ematoencefalica (il cui compito è filtrare le sostanze che giungono nel cervello) e provocare la comparsa di effetti collaterali quali: sogni vividi, allucinazioni e riduzione del tono dell’umore.
    • Farmaci idrofili (o idrosolubili), come l’atenololo, i quali sono poco assorbiti per via orale ma hanno un’elevata emivita (effetto di primo passaggio scarso) che può consentire una singola somministrazione giornaliera. Non attraversano la barriera ematoencefalica e vengono escreti per via renale.

Bisogna tener presente, tuttavia, che il propanololo e l’atenololo rappresentano due casi limite per questo criterio di classificazione: infatti, la gran parte dei betabloccanti ha caratteristiche intermedie.

Dopo tutte queste informazioni, ti assale un po’ di confusione? Allora può essere utile fare il punto della situazione in una semplice tabella riassuntiva:

Classificazione dei betabloccanti in base alla selettività per il sottotipo recettoriale:
Non selettivi:
  • Prima generazione: propanololo, timololo, pindololo, nadololo, penbutololo.
  • Terza generazione: bucindololo, carteololo, carvedilolo, labetalolo.
β1-selettivi:
  • Seconda generazione: acebutololo, atenololo, bisoprololo, esmololo, metoprololo.
  • Terza generazione: betaxololo, celiprololo, nebivololo.

Detto ciò, scopriamo per quali problematiche di salute vengono adoperati i β-antagonisti!

A cosa servono questi farmaci? 

Date le loro caratteristiche, che li rendono così importanti in farmacologia, i β-antagonisti sono ampiamente utilizzati nel trattamento di malattie cardiovascolari e non solo.

Indicazioni per le patologie cardiovascolari.

Vediamo in dettaglio quali sono tali patologie e in che modo questi medicinali possono intervenire per curarle:

Ipertensione arteriosa: condizione caratterizzata da valori pressori superiori a 140/90 mmHg, stabili. L’ipertensione può essere:

  • Essenziale, quando insorge senza una causa apparente, nonostante sembri probabile il coinvolgimento di fattori genetici e ambientali (fumo, stress, dieta ricca di sale, obesità).
  • Secondaria a patologie quali:
    • Ipertiroidismo: l’aumento degli ormoni tiroidei circolanti è correlato ad un aumento pressorio, sebbene i meccanismi siano ancora poco chiari.
    • Feocromocitoma: tumore che colpisce le ghiandole surrenali e porta ad un’iperproduzione di adrenalina; quest’ultima aumenta, in maniera diretta per azione sugli α1, la pressione.
    • Iperaldosteronismo: condizione caratterizzata da un aumento della secrezione di aldosterone, il quale stimola la ritenzione di sodio con conseguente aumento della pressione.

In condizione di ipertensione arteriosa, l’impiego dei β-bloccanti è giustificato da:

    • Inibizione dei β1 renali: ciò comporta una ridotta produzione di renina e, quindi, la cascata del RAAS, di cui abbiamo già spiegato l’azione.
    • Proprietà vasodilatanti accessorie: i farmaci di terza generazione provocano la dilatazione delle arteriole, riducendo la resistenza al flusso ematico e, quindi, la pressione.

Cardiopatia ischemica (CI): un’insieme di sindromi caratterizzate da ischemia, ovvero il ridotto apporto di ossigeno e nutrienti al cuore.

Ne fanno parte:

  • Ischemia silente: è asintomatica e può essere rilevata con l’ECG (elettrocardiogramma). È frequente nei diabetici, nei quali si possono verificare alterazioni delle vie nocicettive (cioè del dolore).
    • Angina pectoris.
    • Infarto.
    • CI associata a scompenso cardiaco.

Per maggiore chiarezza, vediamo nella seguente tabella in che modo i betabloccanti possono risultare utili nelle varie condizioni patologiche contraddistinte da ischemia:

Angina pectoris ed infarto:causata da un’ischemia di grado lieve-moderato, l’angina viene percepita come un dolore (o un fastidio) profondo, localizzato solitamente dietro lo sterno, che può irradiarsi all’arto sinistro. In caso di angina stabile (di solito dovuta ad un restringimento del lume coronarico a causa di placche ateromatose) sintomi come sforzo fisico, stress intenso e variazioni brusche di temperatura possono preannunciare l’attacco che, in genere, dura 5-10 minuti. Se l’attacco dura più di 20 minuti è possibile che si tratti di angina instabile (causata dalla fissurazione, ossia lesione, dell’ateroma), la quale può manifestarsi anche in assenza di sforzo fisico. Essa è un campanello d’allarme per l’infarto, ovvero la necrosi (morte) di regioni più o meno estese del miocardio, causata da una severa ischemia. In questo caso i betabloccanti:
  • Riducono la gravità e la frequenza dell’angina stabile ed instabile.
  • Riducono la progressione dell’angina instabile ad infarto.
  • Riducono l’area di necrosi in caso di infarto e ne prevengono un secondo.
  • Prevengono complicanze quali la fibrillazione ventricolare (un’anomalia del ritmo cardiaco potenzialmente fatale).
Ciò significa che i betabloccanti aumentano l’aspettativa di vita del paziente! Essi sono in grado di ridurre l’affaticamento cardiaco attraverso:
  • La riduzione della frequenza e della contrattilità, che porta a richieste d’ossigeno inferiori.
  • La riduzione del post-carico (la forza contro cui deve opporsi il cuore per immettere il sangue in circolo) mediante una ridotta produzione di renina ed, eventualmente, antagonismo degli α1.
  • Un prolungamento della diastole (il rilassamento del muscolo cardiaco), che consente un aumento del flusso ematico attraverso le coronarie.
Scompenso cardiaco (o insufficienza cardiaca congestizia): è l’incapacità del cuore di eiettare il sangue in circolo e può essere la conseguenza di condizioni quali ipertensione, cardiopatia ischemica e valvulopatie. In questo caso, l’uso dei β-antagonisti è stato a lungo dibattuto, poiché si pensava che potessero peggiorare la funzionalità cardiaca, già di per sé compromessa; tuttavia, diversi studi hanno dimostrato i benefici apportati da questi medicinali (soprattutto metoprololo, bisoprololo e carvedilolo) in alcune fasi dello scompenso, cioè:
  • Nello scompenso di stadio I (assenza di sintomi), in quanto i betabloccanti riducono la pressione arteriosa, quindi il post-carico, attraverso:
    • ridotta secrezione di renina;
    • ridotto rilascio di noradrenalina dalle terminazioni;
    • produzione di peptidi vasoattivi (ANP e BNP) che stimolano l’eliminazione di sodio.
  • Nello scompenso di stadio III (sintomatico per sforzi lievi) poiché i β-antagonisti possono ridurre gli effetti collaterali dovuti ad un sovradosaggio di farmaci della digitale (aritmie).
Aritmie: anomalie del ritmo cardiaco, causate da disturbi della formazione degli impulsi elettrici o della loro conduzione. I betabloccanti, classificati come antiaritmici di classe II (secondo Vaughan-Williams), vengono usati per trattare le extrasistoli (presenza di battiti prematuri). Difatti, l’inibizione dei β1 riduce:
  • L’eccitabilità dei miocardiociti, ovvero dell’attivazione spontanea delle cellule.
  • La velocità di conduzione degli impulsi.
Il sotalolo è l’unico, tra questi farmaci, appartenente anche alla classe III: inibisce i canali al potassio aumentando la refrattarietà delle cellule agli impulsi. Per questo è impiegato nel trattamento di aritmie ventricolari e sopraventricolari (come la fibrillazione atriale) e viene spesso somministrato a pazienti a rischio di morte cardiaca improvvisa, nei quali è stato impiantato il defibrillatore.

Altre indicazioni dei β-antagonisti per patologie non cardiovascolari.

Oltre alle malattie che colpiscono il cuore e i vasi sanguigni, i β-antagonisti vengono adoperati comunemente anche nella cura di altre patologie. Scopriamo insieme quali sono le principali!

Ad esempio:

  • Glaucoma: è una degenerazione del nervo ottico che rappresenta la causa principale di cecità bilaterale. Il fattore di rischio più comune è l’elevata pressione intraoculare, sebbene vi siano pazienti dai valori pressori intraoculari bassi (glaucoma a tensione normale). L’obiettivo della terapia è quello di ridurre la produzione di umore acqueo e, quindi, la pressione intraoculare. Tra i betabloccanti, che rappresentano una terapia di seconda scelta, i più usati sono:
    • timololo e carteololo (tra i non selettivi);
    • betaxololo (tra i β1-selettivi), che risulta essere quello meno efficace, dal momento che i β2 sono i recettori adrenenergici più abbondanti nell’occhio.

Tali farmaci vengono usati per via topica, sotto forma di collirio o gel oftalmico.

  • Ansia: alcune forme ansiose, come la fobia di parlare in pubblico, possono trarre benefici dal trattamento con betabloccanti (in particolare il propanololo), i quali riescono a contrastare alcuni sintomi fisici come la tachicardia (battito accelerato), la sudorazione e i tremori. Proprio per tali caratteristiche, questi medicinali vengono usati anche a scopo illegale (come forma di doping) negli sport che richiedono precisione del gesto tecnico, quali: tiro con l’arco, freccette, biliardo, automobilismo, golf.
  • Emicrania: forma di cefalea (mal di testa) che si manifesta con dolore, solitamente monolaterale (da un lato del capo), percepito soprattutto intorno all’orbita oculare e al di sopra della tempia. I betabloccanti privi di ASI rappresentano la prima scelta per la prevenzione, grazie alla capacità di inibire le attività adrenergiche coinvolte nelle situazioni di stress, uno dei fattori scatenanti dell’emicrania. In particolare, il propanololo risulta essere il più efficace in quanto raggiunge concentrazioni cerebrali molto alte; anche il metoprololo ha una buona efficacia.
  • Tireotossicosi: la si può definire una “intossicazione” dovuta a livelli eccessivamente alti di ormoni tiroidei. Il propanololo è in grado di contrastare alcuni sintomi come tachicardia e palpitazioni, sudorazione, tremore e ipertensione.
  • Acatisia da antipsicotici: stato di irrequietezza motoria causata da alcuni farmaci antipsicotici, che il propanololo è in grado di contrastare.
  • Sanguinamento delle varici esofagee: le varici esofagee sono dilatazioni delle vene esofagee, causate da un aumento della pressione del circolo portale epatico (che permette di veicolare al fegato le molecole assorbite nell’intestino), conseguente a malattie epatiche. Il propanololo rappresenta il farmaco di prima scelta nella prevenzione, in quanto riduce la pressione portale.
  • Emangioma infantile: è un tumore benigno delle cellule endoteliali dei vasi sanguigni, che si presenta con macchie rossastre (emangioma fragola). Molto comune nelle bambine, soprattutto bianche e premature, può89 scomparire con l’avanzare del tempo. La somministrazione orale di propanololo (in dosaggi che vanno aggiustati in base alla risposta del paziente) contrasta l’accrescimento dell’emangioma.

Dopo aver scoperto per quali malattie i betabloccanti rappresentano una valida terapia, vediamo adesso in che modi e tempi si devono assumere tali medicinali!

Quali sono le modalità di assunzione dei β-bloccanti?

Una volta accertata la patologia in corso e qualora non vi siano controindicazioni (di questo parleremo tra poco), il medico potrà optare per la prescrizione dei β-antagonisti.

La terapia si baserà sui seguenti punti:

  • I dosaggi: dal momento che, nelle fasi iniziali della terapia, tali farmaci tendono a peggiorare il quadro clinico (per esempio, quelli usati come antipertensivi possono provocare un aumento pressorio), si parte con dosaggi bassi che vengono incrementati gradualmente, fino al raggiungimento della risposta massimale.
  • Quando assumerli: i betabloccanti vengono assunti prevalentemente prima dei pasti, sempre alla stessa ora.

Per quanto tempo: la durata della terapia dipende, innanzitutto, dal disturbo trattato (ad esempio, è a breve termine per quanto riguarda la tireotossicosi); in secondo luogo, dalla risposta del paziente, che dev’essere regolarmente monitorato. Qualora il farmaco risulti inefficace o nocivo, si procederà alla sospensione graduale, mai brusca, per evitare effetti di rimbalzo.

Se, invece, vuoi sapere quali sono le più diffuse controindicazioni dei betabloccanti, occhio al prossimo paragrafo, in cui tratteremo proprio questo argomento!

Controindicazioni ed effetti collaterali dei β-antagonisti.

L’uso dei β-antagonisti, come hai potuto leggere in precedenza, può essere molto efficace per curare alcune malattie anche gravi, ma d’altra parte esso è controindicato nei seguenti casi:

  • Patologie polmonari, come asma e BPCO: i farmaci non selettivi sono assolutamente controindicati; l’inibizione dei β2, infatti, provoca broncospasmo con conseguenti difficoltà respiratorie. Anche alte dosi di β1-selettivi possono scatenare le crisi.
  • Diabete: i betabloccanti mascherano i sintomi dell’ipoglicemia (tremori, nervosismo, tachicardia).
  • Bradicardia (battito rallentato): l’inibizione dei β1 cardiaci in pazienti bradicardici può portare al blocco atrioventricolare (una forma di aritmia), con esito potenzialmente fatale.
  • Sindrome di Reynaud: patologia vascolare caratterizzata da pelle fredda e bluastra, dovuta alla costrizione delle arterie che irrorano le estremità (mani e piedi). I betabloccanti, soprattutto quelli non selettivi, possono peggiorarne i sintomi per inibizione dei β2 vasali.
  • Feocromocitoma: si tratta di un tumore delle ghiandole surrenali secernente adrenalina; l’assunzione di betabloccanti è sconsigliata poiché ne maschera i sintomi.
  • Angina variabile (o di Prinzmetal): i sintomi anginosi sono dovuti ad uno spasmo improvviso delle coronarie. I betabloccanti sono controindicati in quanto possono indurre vasospasmo attraverso l’inibizione dei β2 cononarici.
  • Terapia con calcio-antagonisti (verapamil e diltiazem): i betabloccanti potenziano gli effetti di tali medicinali, predisponendo a bradiaritmie fatali, come il blocco atrioventricolare.
  • Assunzione di alcool: l’alcool potenzia gli effetti dei betabloccanti, portando ad ipotensione (pressione bassa).

 

Approfondimento: I β-bloccanti fanno male in gravidanza e durante l’allattamento?

L’uso dei  β-antagonisti in gravidanza può divenire necessario se compaiono patologie come ipertensione gravidica e aritmie di vario tipo, piuttosto frequenti. Malgrado questi farmaci non siano teratogeni (ovvero non provocano malformazioni fetali), l’assunzione deve avvenire sotto stretto controllo medico. Ma quali sono i più sicuri? Tra questi abbiamo:

  • Labetalolo: betabloccante non selettivo di terza generazione con proprietà vasodilatatorie. È usato come farmaco di prima scelta nel trattamento dell’ipertensione gravidica.

  • Metoprololo: farmaco non selettivo, usato come prima scelta nelle extrasistoli ventricolari.

  • Sotalolo: betabloccante e antiaritmico di classe III; l’impiego è compatibile con l’allattamento, sebbene se ne possano riscontrare piccole concentrazioni nel latte.

L’atenololo, invece, è completamente da evitare: può provocare un ritardo della crescita fetale a partire dal secondo trimestre di gravidanza!

Per quanto riguarda l’impiego di questi medicinali nei bambini, invece, sebbene non vi siano dati completamente certi, essi vengono utilizzati per trattare alcune forme di aritmia. In  particolare:

  • Il sotalolo rappresenta la prima scelta per la profilassi della tachicardia parossistica sopraventricolare da rientro, un’aritmia particolarmente frequente nei neonati.

  • Propanolo, metoprololo e nadololo vengono usati nella terapia delle torsioni di punta, pericolose in quanto predisponenti alla fibrillazione ventricolare.

Al di là delle già citate problematiche cardiovascolari, quali sono le altre indicazioni terapeutiche dei betabloccanti?

  • Come tutti i medicinali, anche i β-antagonisti possono avere effetti avversi. Tra questi, alcuni sono piuttosto diffusi, come:
  • Bradicardia (battito rallentato).
  • Ipotensione (pressione bassa).
  • Freddo all’estremità degli arti.
  • Sintomi nervosi come depressione, sogni vividi e allucinazioni (i farmaci lipofili, come il propanololo).
  • Crampi e dolori muscolari.
  • Stanchezza e riduzione della resistenza allo sforzo.
  • Aumento ponderale per alterazioni del metabolismo lipidico.
  • Disfunzione erettile, fino all’impotenza.
  • Deficit della memoria.
  • Alopecia (in particolare l’atenololo).
  • Tensione uterina.
  • Effetti di rimbalzo in caso di sospensione improvvisa.

Per chi ha troppo timore di incappare in uno dei disturbi sopraelencati, esiste una soluzione alternativa, che di fatto annulla i rischi collaterali.

Vediamo qual è!

Approfondimento: I β-bloccanti naturali.

Rientrano nella definizione di “betabloccanti naturali” sia i rimedi fitoterapici sia quelli messi a punto in omeopatia. In particolare distinguiamo tra:

Rimedi fitoterapici: il regno vegetale è ricco di molecole che, pur avendo una struttura diversa dai veri e propri betabloccanti, esplicano effetti simili sul sistema cardiovascolare. Ecco alcuni esempi:

  • Biancospino (Crataegus oxyacantha, Crataegus monogyna, Crataegus laevigata): le foglie e le estremità fiorite sono ricche di flavonoidi (vitexina, isovitexina, iperoside) e antocianidine, responsabili degli effetti terapeutici della pianta, vale a dire:
    • Azione cardiotonica e antiaritmica: queste sostanze aumentano la contrattilità del miocardio e ne regolarizzano il battito. Ciò permette l’impiego dell’arbusto nel primo stadio dello scompenso cardiaco e in alcune forme di aritmie.
    • Azione antischemica: le antocianidine sono in grado di indurre la dilatazione delle coronarie (dunque la perfusione del miocardio) attraverso il rilascio di prostaglandine (PGI2). Ciò rende il biancospino utile nella prevenzione dell’angina e dell’infarto.
    • Azione antipertensiva: i flavonoidi sono in grado di inibire il RAAS (sistema renina-angiotensina-aldosterone), responsabile dell’innalzamento pressorio. Pertanto, la pianta può essere impiegata nell’ipertensione lieve.
  • Olivo (Olea europea): le foglie dell’olivo sono ricche di oleuropeoside, una sostanza in grado di indurre vasodilatazione. Risulta utile in caso di ipertensione lieve e nella prevenzione dell’angina pectoris (dovuta ad un restringimento del lume delle coronarie).
  • Aglio (Allium sativum): il bulbo è ricco di composti solforati aventi azioni benefiche sul sistema cardiocircolatorio, vale a dire:
    • Effetti ipotensivi, esplicati attraverso la produzione di ossido nitrico (NO) e l’apertura dei canali al potassio del muscolo vasale.
    • Effetti antiaterogeni e anticoagulanti, utili per la prevenzione dell’angina e dell’infarto.

Rimedi omeopatici: possono essere utili nei casi di ipertensione causata da ansia e stress. Secondo i principi dell’omeopatia, vengono usate diluizioni comprese tra 5CH e 30CH: le più basse sono utilizzate per le fasi acute, quelle più alte per agire sui problemi psicologici alla base della patologia. Nel dettaglio, gli omeopati consigliano:

  • Nux vomica: utile per pazienti fumatori, stressati, con abitudini alimentari scorrette.
  • Baryta carbonica: utilizzata per anziani ansiosi e con deficit di memoria.
  • Aurum metallicum: si usa per pazienti soggetti ad attacchi collerici e crisi depressive.
  • Ignatia amara: è ritenuta efficace quando il paziente è ansioso e stressato.
  • Aconitum napellus o Glonoinum: rimedio usato per le crisi ipertensive.
  • Sulphur: è indicato se il paziente iperteso è affetto anche da altre patologie, come asma e dermatosi.
  • Lachesis: l’omeopata lo ritiene efficace per l’ipertensione in menopausa.

Supervisore: Vincenzo Angerano - Collaboratori: Dott.sa Jessica Zanza ( Farmacista)- Dott.sa Luigia Torrusio
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