Farmaci chemioterapici: classificazione, meccanismo d’azione ed effetti collaterali

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Dottoressa Jessica Zanza (Farmacia) Consulente Scientifico:
Dottoressa Jessica Zanza
(Specialista in farmacia)

I farmaci chemioterapici sono medicinali utilizzati in oncologia per contrastare lo sviluppo dei tumori. Ma come vengono classificati? Qual è il meccanismo d’azione? E quali sono gli effetti collaterali?

Cosa sono i farmaci chemioterapici?

Nell'accezione comune, il termine “chemioterapico” viene usato come sinonimo di farmaco antitumorale; in realtà, ciò non è del tutto corretto, dal momento che quella degli agenti antineoplastici o antiblastici, che dir si voglia, è solo una delle classi appartenenti a questa grande famiglia; l’altra è quella degli agenti antimicrobici o antinfettivi, comprendente farmaci che agiscono contro batteri (antibiotici), funghi (antimicotici), virus (antivirali) e parassiti di vario tipo.

A cosa servono?

Come abbiamo anticipato, i chemioterapici propriamente detti sono farmaci usati in oncologia con lo scopo di contrastare l’accrescimento delle neoplasie, promuoverne la remissione e mantenere gli effetti ottenuti nel tempo.

Le neoplasie sono masse anomale e neoformate, le cui cellule si moltiplicano in modo eccessivo e scoordinato rispetto al tessuto d’origine, nonostante la cessazione degli stimoli che ne hanno causato l’insorgenza.

In particolare, questi farmaci rappresentano la terapia d’elezione dei tumori di piccole dimensioni (ben vascolarizzati e, dunque, facilmente accessibili al farmaco), mentre vengono usati come supporto nel trattamento di quelli più estesi, in quanto:

Classificazione degli anticancro e meccanismo d’azione.

Quella degli antitumorali è una categoria piuttosto eterogenea in quanto a struttura chimica e meccanismo d’azione, ed è proprio in base a quest’ultimo che vengono comunemente classificati; conoscere il modo in cui agiscono, infatti, consente all'oncologo di stabilire quali farmaci lavorano meglio insieme contro uno specifico tumore, i dosaggi e i tempi di somministrazione, nonché la previsione degli effetti avversi.

Tenendo conto di questo criterio, quindi, possiamo dividere gli antineoplastici in:

Vediamo, a seguire, come si caratterizzano nel dettaglio queste macrocategorie di chemioterapici sopra elencate e come agiscono sul ciclo cellulare.

Farmaci antitumorali tradizionali: i citotossici.

Sono gli antitumorali classici, la cui peculiarità è quella di interferire col ciclo cellulare: una serie di fasi cui vanno incontro tutte le cellule, sane e tumorali.

Possiamo riassumere le varie fasi come segue:

I farmaci citotossici agiscono sulle cellule in fase proliferativa, le quali rappresentano solo una frazione delle cellule tumorali.

Nei tumori, infatti, coesistono:

Dal momento che il numero di cellule tumorali nelle lesioni clinicamente evidenti è superiore ad un miliardo, e che i farmaci citotossici uccidono meno del 99% di esse, è fondamentale somministrare questi farmaci in più cicli, in modo da eliminarne il maggior numero possibile; senza contare, inoltre, che questo schema terapeutico consente alle cellule sane di riprendersi dalla chemio.

Questi farmaci, infatti, proprio a causa del loro meccanismo d’azione, non sono in grado di discriminare le cellule tumorali da quelle sane di per sé prolifiche, quali le cellule staminali emopoietiche (dalle quali hanno origine le cellule del sangue) e le cellule epiteliali, come quelle che rivestono il tratto digerente e la cute. Alternare la chemio a periodi di pausa della durata di qualche settimana, è quindi fondamentale per non danneggiare eccessivamente questi tessuti.

In relazione al ciclo cellulare, è possibile classificare i farmaci citotossici in:

Agenti alchilanti.

La peculiarità di questi farmaci è quella di legarsi agli acidi nucleici (DNA e RNA) e alle proteine, danneggiandoli; in questo modo, non solo viene impedito alle cellule di svilupparsi e proliferare, ma vengono “indotte al suicidio” (apoptosi).

Benché possano colpire diversi bersagli, i maggiori effetti citotossici si verificano quando gli alchilanti si legano al DNA, grazie al quale le cellule sintetizzano prima l’RNA e poi le proteine, indispensabili per il corretto funzionamento cellulare.

Gli agenti alchilanti, in particolare quelli bifunzionali, possono provocare la formazione di legami crociati tra i due filamenti, alterando la struttura del DNA. Nelle cellule a rapida proliferazione, come quelle presenti nei tumori, questi effetti sono deleteri: esse, infatti, non hanno tempo per riparare i filamenti danneggiati, col risultato che queste anomalie bloccano il ciclo cellulare, innescando l’apoptosi(morte cellulare).

I farmaci alchilanti si suddividono ulteriormente in sei gruppi, caratterizzati da strutture e impieghi differenti, dei quali forniamo una breve descrizione nella tabella successiva:

Tra esse troviamo:

  • Mecloretamina. Capostipite del gruppo, la mecloretamina è molto reattiva e citotossica, caratteristiche per le quali è stata praticamente soppiantata da farmaci più maneggevoli. Viene ancora utilizzata nel linfoma cutaneo a cellule T, per via topica, e nel linfoma di Hodgkin, in associazione a vincristina, procarbazina e prednisone (terapia MOPP). In quest’ultimo caso la dose è 6 mg/m2 endovena al primo e all'ottavo giorno di un ciclo mensile.
  • Ciclofosfamide. Somministrata per via orale o endovenosa, la ciclofosfamide viene convertita in metaboliti epatici che, giunti nelle cellule tumorali, liberano la fosfamide (il vero farmaco alchilante) e l’acroleina, una sostanza responsabile degli effetti collaterali a carico della vescica. La ciclofosfamide è usata nella terapia di supporto del tumore mammario, dei linfomi e della leucemia linfocitica cronica (CLL), al dosaggio di 100 mg/m2 per via orale, da assumere per due settimane.
  • Ifosfamide. E’ un analogo della ciclofosfamide approvato nel trattamento del carcinoma a cellule germinali del testicolo e dei sarcomi; viene somministrata endovena alla dose di 1,2mg/m2/die per cinque giorni.
  • Melfalan. Ha un profilo farmacologico simile alla mecloretamina, rispetto alla quale è meno tossico. Viene utilizzato nel mieloma multiplo (alla dose di 6-8 mg/die per quattro giorni, da assumere per via orale in associazione ad altri farmaci, seguono quattro settimane di pausa), nei tumori al seno e alle ovaie (alla dose di 15 mg/m2 per endovena, la somministrazione dovrebbe essere ripetuta quattro volte ad intervalli di due settimane, e successivamente ad intervalli di quattro settimane).
  • Clorambucil. E’ impiegato nel trattamento della CLL e della macroglobulinemia di Waldenström, alla dose orale di 0,1-0,2 mg/kg/die per almeno tre/sei settimane; in seguito a remissione del tumore, il clorambucil dovrà essere assunto alla dose di 2 mg/die per mantenere tali effetti.

Tra esse troviamo:

  • Altretamina. E’ usata come palliativo nel tumore ovarico persistente o refrattario all’associazione con cisplatino. In monoterapia, viene assunta alla dose di 260mg/m2 per due settimane consecutive in un ciclo mensile; si possono effettuare fino a dodici cicli di terapia.
  • Tiotepa. E’ attualmente impiegata nelle terapie ad alto dosaggio, in particolare quelle dei tumori ovarici, mammari e della vescica, da sola o in associazione ad altri farmaci; può essere somministrata per via endovenosa, intramuscolare, intratecale o intravescicale.

Tra esse troviamo:

  • Carmustina (BCNU). E’ utilizzata nel trattamento dei gliomi maligni, da sola o in associazione ad altre terapie antitumorali; in particolare quando usata in monoterapia, viene somministrata per endovena alla dose di 150-200mg/m2, da ripetere dopo sei settimane. Nel trattamento del glioma maligno avanzato e del glioblastoma multiforme ricorrente, viene usata sottoforma di impianto (Gliadel® wafer) come adiuvante della chirurgia e della radioterapia.
  • Streptozocina. E’ un antibiotico con proprietà alchilanti, approvato per il trattamento del carcinoma pancreatico metastatico, poiché tende ad accumularsi nelle cellule beta del pancreas. Viene somministrata per endovena, alla dose di 500 mg/m2/die per cinque giorni, ogni sei settimane.

Tra essi troviamo:

  • Dacarbazina (DTIC). La dacarbazina, previa attivazione nel fegato, è in grado di agire sul linfoma di Hodgkin e, in minor misura, sui melanomi e sui sarcomi; viene somministrata per endovena alla dose di 3,5mg/kg/die per dieci giorni, da ripetere ogni mese.
  • Temozolomide. Farmaco di recente introduzione, ha mostrato effetti significativisul glioma maligno in associazione alla radioterapia. Viene somministrata per via orale, alla dose di 100-260mg/m2.

I complessi di coordinazione del platino.

Cisplatino, carboplatino e oxaliplatino sono antitumorali ad ampio spettro, con un meccanismo d’azione simile agli alchilanti; infatti, una volta penetrati nelle cellule essi si idratano, dando luogo a specie altamente reattive che si legano ad uno o entrambi i filamenti del DNA; di conseguenza, i processi di duplicazione e trascrizione dell’acido nucleico vengono inibiti, si verificano errori nella sintesi proteica e si attiva il meccanismo che porta all'apoptosi.

Antimetaboliti.

Gli antimetaboliti bloccano la cellula in fase S, quella di replicazione del DNA, sostituendosi ai substrati fondamentali per la sintesi di questo acido nucleico. In relazione al substrato sostituito, possiamo classificarli in due gruppi principali:

Gli antimetaboliti più diffusi sono:

  • Metotrexato. Somministrato con la leucovorina, che ne riduce la tossicità sulle cellule normali, trova principalmente impiego nella leucemia linfocitica acuta (ALL) del bambino, della quale induce la remissione, nel coriocarcinoma, alla dose di 1mg/kg/die a giorni alterni (quattro dosi totali), da ripetere ogni tre settimane.
  • Pemetrexed. La FDA ne approva l’impiego come seconda scelta nel mesotelioma, benché sia usato anche nel cancro al polmone a piccole cellule.
  • Fluorouracile. Viene usato nel carcinoma metastatico al colon, allo stomaco e alla mammella; normalmente, si somministrano 500-600mg/m2. una volta alla settimana per sei/otto settimane. Il farmaco viene spesso associato a: ciclofosfamide e metotrexato (per il tumore al seno), cisplatino (per i tumori alla testa e al collo) e irinotecan (per il cancro al colon), che aumentano le probabilità di successo della terapia.
  • Floxuridina. Somministrata per via intrarteriosa, la floxuridina trova impiego nel carcinoma metastatico del colon o dopo resezione delle metastasi al fegato, nei quali ha buone probabilità di successo.
  • Capecitabina. E’ approvata nel trattamento dei tumori al seno resistenti e al cancro metastatico al colon-retto, qualora sia preferibile usare un analogo pirimidinico in monoterapia. Viene assunta per via orale, alla dose di 2.500 mg/m2/die per due settimane, seguite da una settimana di pausa; il ciclo deve essere ripetuto due volte.
  • Citarabina. E’ il farmaco d’elezione per il trattamento della leucemia mieloide acuta (AML), somministrata per iniezione endovenosa rapida (100 g/m2 due volte al giorno per una settimana) o continua (100-200 g/m2 al giorno per una settimana); nella leucemia delle meningi, invece, viene somministrata per via intratecale (30 g/m2 ogni quattro giorni).
  • Azacitidina. Il farmaco è approvato nella mielodisplasia, alla dose di 30 g/m2 al giorno per via sottocutanea, grazie agli effetti antileucemici e differenzianti sulle cellule staminali del midollo; effetti analoghi sembra possedere la decitabina, un farmaco sperimentale simile ad essa.
  • Gemcitabina. E’ utilizzata nel trattamento dei tumori solidi, come il cancro metastatico al pancreas, ai polmoni, alle ovaie, alla vescica, all'esofago, alla testa e al collo, per endovena(1.000 mg/m2/die per tre volte in un ciclo mensile).
  • Mercaptopurina e tioguanina. Sono utilizzate contro varie forme di leucemia in associazione all’allopurinolo, che ne riduce la tossicità. In particolare, la mercaptopurina viene somministrata alla dose di 50-100 g/kg, eventualmente aggiustata in base agli effetti sulle cellule ematiche.
  • Fludarabina fosfato. Il farmaco, attivo nella leucemia linfocitica cronica e nei linfomi con basso grado di malignità, viene somministrato endovena alla dose di 20-30 g/m2/die per cinque giorni, ogni quattro settimane.
  • Cladribina. E’ particolarmente indicata nella leucemia a cellule capellute, nella leucemia linfocitica cronica e nei linfomi con basso grado di malignità; viene somministrata per endovena alla dose di 0,9/kg/die per una settimana (ciclo singolo).
  • Pentostatina. Anch’essa attiva su varie forme di leucemia, viene somministrata endovena alla dose di 4g/m2 a settimane alterne.

Idrossiurea.

L’idrossiurea ostacola la produzione dei deossinucleotidi (le unità del DNA) a partire dai ribonucleotidi (le unità di RNA), catalizzata dall’enzima ribonucleotide difosfato reduttasi. Il farmaco viene usato in associazione alla radioterapia o ad altri chemioterapici come antileucemico, da assumere per via orale secondo due schemi terapeutici: 80 mg/kg una volta ogni tre giorni oppure 20-30 mg/kg/die tutti i giorni.

L-asparaginasi.

La L-asparaginasi è un enzima che scinde l’asparagina (un aminoacido non essenziale) in ammoniaca e acido aspartico, il cui impiego si basa sul fatto che le cellule tumorali captano l’aminoacido dal sangue, poiché incapaci di produrlo; la L-asparaginasi, quindi, priva queste cellule di un componente fondamentale per la sintesi delle proteine, bloccandole in fase G1. Questo farmaco viene usato nel trattamento della leucemia linfocitica acuta (ALL), alla dose di 6.000-10.000UI endovena ogni tre giorni per un mese, in associazione a metotrexato, doxorubicina o vincristina.

Antibiotici antitumorali.

Sono antibiotici di origine naturale che, per la loro marcata tossicità, non vengono più usati come battericidi. Eccezion fatta per la bleomicina, attiva nella seconda fase di accrescimento, tutti gli altri posseggono un’azione indipendente dalla fase considerata.

Vediamoli nel dettaglio:

Gli antibiotici antitumorali più diffusi sono:

  • Bleomicina. Viene utilizzata nel trattamento del carcinoma squamoso della cervice uterina, del linfoma di Hodgkin e dei tumori a cellule germinali testicolari, alla dose di 10-30UI/m2, per via endovenosa o intramuscolare.
  • Dactinomicina. Il farmaco è in grado di curare il tumore di Wilms nei bambini e il rabdomiosarcoma, quando utilizzato in associazione a radioterapia, chirurgia o altri farmaci (vincristina, ciclofosfamide); la dose abituale è di 10-15μg/kg, somministrati endovena per cinque giorni; il trattamento può essere ripetuto ogni due/quattro settimane.
  • Antracicline: sono considerate tra i farmaci antitumorali più importanti, essendo impiegate sia nei tumori solidi (doxorubicina), sia nei tumori liquidi (daunorubicina).
  • Daunorubicina. Viene utilizzata principalmente nella leucemia mieloide acuta (30-60mg/m2/die endovena per tre giorni, in associazione alla citarabina), benché sia molto utile anche nel sarcoma di Kaposi (40mg/m2 somministrati per infusione, ogni due settimane).
  • Doxorubicina. E’ molto valida nel trattamento deilinfomi maligni e di vari tumori solidi (carcinoma metastatico mammario e polmonare), somministrata per endovena alla dose di 50-75mg/m2 e ripetuta dopo tre settimane; nel sarcoma di Kaposi, invece, viene somministrata per fleboclisi alla dose di 20mg/m2, da ripetere dopo tre settimane.
  • Valrubicina. Si tratta di un nuovo analogo della doxorubicina, approvata per il trattamento del carcinoma vescicale in pazienti nei quali l’asportazione della vescica sarebbe troppo rischiosa.

Inibitori delle topoisomerasi.

I derivati della camptotecina e della podofillotossina arrestano il ciclo cellulare in fase S, inibendo le topoisomerasi I e II, enzimi fondamentali per la replicazione, trascrizione e riparazione del DNA.

Una volta legata al DNA, la topoisomerasi taglia uno dei due filamenti in modo che quello intatto possa passare attraverso il sito di rottura; fatto ciò, l’enzima ripara il filamento reciso e si stacca dall'acido nucleico, consentendo la replicazione dei due filamenti separati.

I farmaci suddetti si legano all'enzima una volta che ha reciso il primo filamento, impedendogli di ripararlo; ne consegue l’accumulo di frammenti di DNA e la successiva morte cellulare.

Ma ora, vediamo in dettaglio i singoli farmaci:

Derivati della camptotecina: sono impiegati nel trattamento dei tumori solidi:

Derivati della podofillotossina: vengono utilizzati nei linfomi, nelle leucemie e in alcuni tumori solidi:

Farmaci antimitotici.

Si tratta di composti naturali, estratti dalla Vinca rosea e dal Taxus baccata, in grado di compromettere la divisione cellulare. Vediamoli nel dettaglio:

Tra gli alcaloidi della vinca attivi nei linfomi, nelle leucemie e in alcuni tumori solidi troviamo:

Tra i Taxani efficaci contro varie forme di tumore solido:

Farmaci di ultima generazione: le terapie antitumorali mirate (Targeted therapies).

Eccoci giunti ai farmaci più recenti, che non colpiscono le cellule più prolifiche, bensì quelle che presentano particolari caratteristiche, come l’espressione anomala di determinati geni, il basso grado di differenziazione, la presenza di antigeni o alterazioni della secrezione ormonale.

Modulatori della risposta biologica.

I modulatori della risposta biologica influenzano positivamente la risposta dell’organismo ai tumori, in modo diretto (agenti differenzianti) o indiretto (immunoterapici).

Inibitori delle tirosin chinasi.

Agiscono sulle cellule dotate di tirosin chinasi alterate, recettori avvianti la proliferazione cellulare:

Farmaci ormonali.

Essi modulano la produzione degli ormoni sessuali, coinvolti nella genesi di alcune neoplasie.

Bifosfonati.

Sono farmaci normalmente usati nell'osteoporosi, poiché contrastano la distruzione del tessuto osseo mediata dagli osteoclasti. Tra i vari bifosfonati, l’acido zoledronico si è dimostrato attivo contro le neoplasie ossee metastatiche.

Modalità e tempi di somministrazione di questi medicinali.

Normalmente, lo specialista prescrive un’associazione di due o più farmaci da assumere ciclicamente, in modo da ottimizzarne l’efficacia contro il tumore (poiché i farmaci agiscono in sinergia) e, allo stesso tempo, ridurre la comparsa di effetti indesiderati e resistenza farmacologica (vantaggi correlati all'effetto sinergico, che consente di lavorare con dosaggi inferiori).

La somministrazione dei farmaci chemioterapici viene fatta mediante iniezione (endovenosa, intramuscolare) o, come spesso accade, per infusione endovenosa (fleboclisi). Rispetto all'iniezione diretta, quest’ultima consente di regolare la quantità di farmaco che raggiunge la circolazione nell'unità di tempo, limitando i danni a carico della vena perforata e rendendo più sopportabili gli effetti avversi (nausea ed emesi).

Un’altra via di somministrazione diffusa è quella orale: diversi farmaci, infatti, tra cui la capecitabina (Xeloda®), l’idrossiurea (Oncocarbide®) e il melfalan (Alkeran®), possono essere assunti in compresse poiché ben assorbiti nell'intestino.

Benché sia la tecnica più diffusa, la fleboclisi non sempre è quella più adatta per somministrare i farmaci; nel caso di tumori localizzati in particolari organi, infatti, è preferibile ricorrere ad altre vie che - introducendo il farmaco direttamente nel sito bersaglio - limitano l’incidenza di reazioni avverse dovute alla diffusione nei tessuti sani.

Preparazione.

Prima di procedere con l’infusione è necessario ricostituire il medicinale, ovvero dissolvere la polvere nel solvente, e diluirlo con soluzione fisiologica; la sacca per la fleboclisi dovrà riportare in etichetta il nome del farmaco, il dosaggio (espresso in mg/kg o mg/m2) e le generalità del paziente; inoltre, dovrà essere protetta da una busta nel caso di farmaci fotosensibili.

La preparazione del chemioterapico deve essere effettuata in laboratorio, sotto cappa, da personale qualificato e dotato delle opportune protezioni, in modo da evitare il contatto col farmaco.

Il ciclo di chemio, la cui durata può variare da uno a più giorni consecutivi, verrà ripetuto a distanza di qualche settimana, in modo da dare il tempo alle cellule sane - anch'esse colpite dai farmaci - di riprendersi.

La chemioterapia fa male? Effetti collaterali della terapia antitumorale.

Per completare il quadro sui chemioterapici, non possiamo esimerci dal parlare delle reazioni avverse associate alla terapia, estremamente variabili in base alle caratteristiche del paziente e, soprattutto, a quelle del farmaco.

Come abbiamo accennato, infatti, il rischio che si manifestino è maggiore con l’uso dei citotossici, poco selettivi, ma anche di dosaggi elevati e tempi di somministrazione prolungati.

Approfondisci gli effetti collaterali della chemioterapia.

Gran parte di queste reazioni è dovuta alla tossicità sui tessuti normalmente prolifici, quali il midollo osseo e gli epiteli, benché non manchino quelle associate a particolari categorie.

Stomatite.

Gli antimetaboliti e gli antibiotici possono irritare la mucosa orale, causando la comparsa di bruciore, arrossamento e, talvolta, piccole ulcere. Questo quadro caratteristico, chiamato stomatite, si manifesta dopo quattro/cinque giorni e può durare fino a tre settimane, periodo durante il quale il paziente dovrà curare la propria igiene orale (uso di setole morbide e filo interdentale) e consumare cibi freschi e non irritanti. Possono verificarsi anche perdita di gusto e olfatto, come conseguenza del danno ai recettori gustativi e olfattivi. Questi sintomi possono iniziare già dopo la prima somministrazione, e protrarsi per tutta la durata della terapia.

Nausea e vomito.

La quasi totalità degli antitumorali causa questi effetti avversi, poiché irritano la mucosa gastrica o agiscono stimolando la zona chemocettrice del vomito, localizzata nel midollo allungato. Possono comparire a distanza di qualche minuto/ora dall'inizio della terapia (sintomi acuti) oppure dopo qualche giorno (sintomi ritardati), benché possano farlo prima della chemio nelle persone ansiose (sintomi anticipatori); in ogni caso, tendono a scomparire nel giro di due giorni. I farmaci antiemetici vengono somministrati in associazione agli antineoplastici in modo da prevenire questi effetti.

Diarrea o stipsi.

L’alterazione del transito intestinale può manifestarsi in seguito all’uso di alcuni antimetaboliti e antibiotici antitumorali, che irritano la mucosa intestinale. Oltre a una dieta adeguata, è prevista l’assunzione degli antidiarroici o dei lassativi per porre fine a questi effetti.

Alopecia e fragilità ungueale.

Diversi farmaci, tra cui: ciclofosfamide, dacarbazina, vinblastina, taxani ed epipodofillotossine, possono esplicare i loro effetti tossici a livello dello strato germinativo di unghie e capelli, rendendoli fragili e soggetti a caduta. L’alopecia si manifesta dopo una/due settimane dalla chemio ed è reversibile: infatti, i capelli e i peli corporei ricrescono entro tre mesi.

Dermatosi.

La secchezza è il disturbo cutaneo più frequente, benché possano manifestarsi anche iperpigmentazioni ed eritemi nel caso di farmaci fotosensibilizzanti (bleomicina, busulfan, metotrexato). In questi casi è necessario l’uso di un fattore di protezione elevato, di detergenti delicati e di creme idratanti e lenitive.

Mielodepressione.

La tossicità sul midollo osseo è comune a tutti gli antitumorali, benché gli effetti più marcati si abbiano con gli agenti alchilanti: questi farmaci, infatti, riducono la conta dei globuli bianchi già dopo sei giorni, con tempi di ripresa pari a due/tre settimane. La distruzione delle cellule staminali del midollo può manifestarsi con leucopenia (riduzione dei globuli bianchi), anemia (riduzione dei globuli rossi) e trombocitopenia (riduzione delle piastrine).

Febbre.

Compare come conseguenza della leucopenia, che aumenta la suscettibilità dell’organismo alle infezioni; se supera i 38°C ed è accompagnata da brividi e/o diarrea, tosse, dolore nella zona di inserimento del catetere venoso, disturbi della minzione, occorre chiamare il medico.

Stanchezza.

Sintomo comune a tutti i pazienti oncologici, la stanchezza può essere dovuta all'azione del farmaco stesso, alla riduzione dei globuli rossi o ad un semplice fattore psicologico.

Emorragie.

La riduzione delle piastrine circolanti fluidifica il sangue, aumentando la predisposizione al sanguinamento. In caso di emorragie improvvise della durata superiore ai dieci minuti, di sangue nelle feci, nelle urine o nel vomito, della presenza di petecchie a punta di spillo su gambe e braccia, è necessario rivolgersi al medico.

Cardiomiopatie.

La tossicità cardiaca è tipica delle antracicline, farmaci che danneggiano i miocardiociti attraverso un meccanismo che coinvolge la produzione di radicali liberi e l’attivazione dell’apoptosi. Già in acuto si possono osservare aritmie reversibili, mentre la somministrazione prolungata porta ad insufficienza cardiaca con un tasso di mortalità del 50%, qualora si assumano dosi superiori a 550 mg/m2.

Neuropatia periferica.

Gli alcaloidi della vinca, inibendo la formazione dei microtubuli, esplicano i loro effetti tossici anche sul sistema nervoso, nel quale essi abbondano e svolgono importanti funzioni. Il disturbo si manifesta con intorpidimento degli arti, seguito da formicolio, perdita dei riflessi e debolezza muscolare; la perdita delle funzioni motorie determina l’interruzione della terapia.

Nefrotossicità.

Cisplatino e ifosfamide sono particolarmente tossici per il rene, poiché danneggiano le sue unità funzionali (i nefroni), portando ad insufficienza renale nel 30-33% dei pazienti; la ciclofosfamide, invece, esplica la sua tossicità a livello della vescica, causando cistite emorragica (l’infiammazione della mucosa accompagnata da perdite ematiche). Questi effetti possono essere prevenuti con una buona idratazione (infusione di fisiologica prima, durante e dopo il trattamento), con la somministrazione concomitante di mesna, un farmaco che neutralizza i metaboliti tossici di ifosfamide e ciclofosfamide, e infine con l’uso di formulazioni liposomiali del cisplatino, che ne riducono la tossicità pur mantenendo il profilo di efficacia.

Leucemia secondaria.

Sembra un paradosso, ma alcuni antiblastici (soprattutto procarbazina e temozolomide) causano tumori: nel 5% dei pazienti, infatti, dopo quattro anni può manifestarsi la leucemia non linfocitica, preceduta da alterazioni del midollo osseo. Ciò è dovuto al fatto che i farmaci in questione sono altamente mutageni: alterano il DNA in modo quasi impercettibile, tanto da sfuggire ai meccanismi di controllo della cellula, e quando quest’ultima si divide trasmette l’errore (divenuto ormai irreversibile) alle cellule figlie, avviando l’oncogenesi.

Le informazioni riportate hanno scopo puramente illustrativo e non sostituiscono, in alcun modo, il rapporto tra medico e paziente.

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